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Venerdì, 09 Dicembre 2016
“Fotovoltaico a 400mila €/MW”: l’utility scale in Italia riparte con i moduli usati?
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Intervista pubblicata da QualEnergia.it a cura di: Alessandro Codegoni

C'è chi sta pensando di realizzare, entro il 2017 e in Italia, un parco fotovoltaico da 1 MW di potenza che sia competitivo vendendo l'energia all'ingrosso anche a soli 35 euro a MWh. Per farlo si useranno moduli fotovoltaici scartati da altri impianti e varie altre soluzioni. Una strada percorribile?

 

Come è noto, con la fine degli incentivi realizzare in Italia parchi fotovoltaici destinati all’immissione in rete, anziché all’autoconsumo, è diventato proibitivo.

Competere alla pari con le altre fonti sul mercato all’ingrosso è infatti ancora molto difficile, dato che, nonostante il grande calo del prezzo dei moduli, i costi di generazione da FV nel nostro Paese sono ancora lontani dai 45 euro/kWh del Pun italiano medio quest’anno.

Bisogna tagliare ancora i costi. Come? Le prime cose che vengono in mente sono: puntare su economie di scala, magari con parchi realizzati dagli stessi produttori di moduli, scegliere zone assolate e con prezzi alti dell’elettricità in Borsa (come la Sicilia), ottenere buone condizioni di accesso al credito, magari grazie alla vendita dell’energia tramite PPA di lungo termine, che di fatto sono però ancora inutilizzabili in Italia.

C’è chi, oltre a queste, ha però avuto un’altra idea: usare moduli di seconda mano. Una strada percorribile?

Moduli scartati

“L’idea di base è quella di utilizzare pannelli scartati, per imperfezioni di tipo ‘tollerabile’ , durante le fasi di produzione di moduli e manutenzioni periodiche dei grandi impianti, provenienti da tutta Europa”, spiega a QualEnergia.it Mauro Moroni, della società di consulenza energetica Moroni & Partners di Camerano, in provincia di Ancona.

Un esempio di difetto di questo tipo può essere il cosiddetto hot spot, dovuto a una incrinatura localizzata in una cella, che fa scendere la potenza del singolo modulo anche solo da 290 watt a 190.  Essendo quel modulo parte di una stringa connessa in serie, il suo difetto provoca il calo di potenza di tutto il gruppo, obbligando il gestore a sostituirlo, quindi in un rifiuto elettronico da smaltire con ulteriori costi.

“Il prezzo di questi materiali scartati” continua Moroni “sarebbe quindi molto basso. Noi li vorremmo intercettare, studiarne le caratteristiche e creare con loro stringhe di potenza omogenea anche utilizzando dispositivi in grado di ottimizzarne le performance come inverter di stringa o microinverter al posto dei soliti inverter centralizzati”.

Un parco da 1 MW a 400mila euro

Con il gruppo di tecnologie energetiche Zilio, Moroni & Partners intende costruire, entro il 2017, un impianto pilota da 1 MWp “a un costo massimo di 400 mila euro, in modo da vendere l’elettricità ottenuta direttamente alla rete, senza bisogno di nessun tipo di incentivo o altro aiuto”, annuncia a QualEnergia.it Mauro Moroni.

Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle, se si considera che oggi un MW di fotovoltaico, nelle condizioni migliori (grande scala, basso costo del denaro e delle autorizzazioni, basso costo del lavoro, ecc) viene intorno al milione di dollari.

I risparmi, infatti, non verranno solo dall’uso di moduli di recupero: si applicheranno standard di progettazione e installazione, messi a punto dall’azienda lavorando su grandi progetti realizzati nel mondo, si farà l’impianto in un sito che garantirà una producibilità di almeno 1.550 kWh/kWp, anche con l’eventuale ausilio di sistemi di inseguimento mono assiale e infine si ottimizzeranno i costi di sviluppo recuperando un’autorizzazione già concessa, in un sito con un basso costo di allaccio alla rete.

Competitivo a 35 euro/MWh

Se tutti questi accorgimenti riusciranno a tenere il costo di impianto basso e la performance alta come previsto, vista la produzione di circa 1500 MWh annui e considerando 15mila euro annui di costi operativi e di manutenzione, per rientrare in 8 anni dall’investimento, l’elettricità dovrebbe essere venduta sui 43 euro/MWh, quindi vicina alla media del PUN di quest’anno.

“Ma noi calcoliamo che sarebbe sufficiente, per non andare in perdita, vendere la nostra energia anche solo a una media di 35 euro/MWh, un livello sotto il quale non crediamo scenderà mai il PUN italiano, anzi non è improbabile che presto torni a salire.”

Conferma la fiducia nel progetto Damiano Zilio, AD del Gruppo Zilio che si occuperà della realizzazione e manutenzione dell’impianto, vedendolo anche come una sorta di test ground delle tecnologie necessarie per affrontare il futuro invecchiamento dei grandi impianti FV: “L’idea di realizzare un impianto così innovativo servirà a farci testare le problematiche che oggi ma ancor più domani, saranno proprie di molti impianti solari fotovoltaici. Come sempre è bene prepararsi per tempo”.

Le incognite

Tutto bene, quindi, la strada per il ritorno alla grande produzione per la rete è aperta?

“Ce l’auguriamo tutti, e speriamo quindi che questa iniziativa vada a buon fine”, risponde a QualEnergia.it Paolo Viscontini, presidente di Italia Solare: “Finora nessuno in Italia, e per quanto ne so neanche in Europa, è riuscito a vendere elettricità solare per la rete senza aiuti pubblici. Per questo si tratta di una impresa innovativa, ma anche molto coraggiosa, perché le incognite non sono poche. La più grande è forse il fatto che il costo dei pannelli costituisce oggi solo il 40-50% del costo finale di un grande impianto fotovoltaico a terra, questo vuol dire che del milione più o meno che costa oggi un impianto da 1MW, 5-600mila derivano da cose diverse dai pannelli: inverter, cavi, montature, terreno, autorizzazioni, progetto, ecc.”

“Anche se riescono a farsi regalare i pannelli difettosi – continua Viscontini – la vedo comunque dura restare nei 400mila euro previsti. E non è detto neanche che riescano poi a farseli regalare: c’è già infatti un certo mercato per i pannelli non perfetti, raccolti da ditte specializzate, che poi per lo più li vendono in paesi in via di sviluppo.”

Incognite tecniche

Ci sono poi problemi squisitamente tecnici.

“L’idea di ‘spremere’ fino in fondo i pannelli, invece di gettarli anche se solo leggermente difettosi è molto buona – ci spiega l’ingegner Dario Bertani, del braccio scientifico del GSE, RSE, Ricerca sul Sistema Energetico – ma la vedo dura dal punto di vista tecnico riuscire a far funzionare bene insieme moduli di diverso produttore, tipo, potenza e pure difettosi.”

“Forse l’unica strada si rivelerà dotare ogni pannello di un micro inverter: questo semplificherebbe tutto, ma certo – continua Bertani – farebbe anche aumentare i costi non di poco, e mi pare che tenerli bassi sia fondamentale.”

Un altro punto critico del progetto, osserva l’esperto, potrebbe essere quello della durata di questi moduli difettati: “Alcuni difetti, in effetti, sono stabili, ma altri si propagano e peggiorano, il che rischia di far calare il rendimento di molti moduli velocemente e abbreviare di molto la loro vita, costringendo a un rapido turnover. Questo porterà a spese di manutenzione più alte di quelle che si hanno con pannelli nuovi.”

Una nicchia

Altra questione non facilissima da risolvere poi, continua Bertani, potrebbe essere quella del sito:“installare 1 MW di pannelli richiede circa un ettaro di terreno e i Comuni non vedono più di buon occhio le grandi installazioni a terra, soprattutto su terreni agricoli.”

Arturo Lorenzoni, economista dell’energia all’Università di Padova, fa invece una critica più di base “Credo sia un’iniziativa di supernicchia, che, anche se avesse successo, ha poche speranze di fare scuola e ripetersi su grande scala. Sta infatti inseguendo un modello di produzione non molto adatto per il nostro Paese: da noi il futuro del solare non sono i grandi impianti a terra per la rete, ma i piccoli e medi messi sugli edifici, destinati all’autoconsumo e integrati fra loro in reti locali, che ottimizzano lo sfruttamento della luce solare.”

Da Lorenzoni arriva poi un altro avvertimento: “Attenzione a non finire a fare da inconsapevoli ricettatori, perché nel settore del riutilizzo dei pannelli gira anche molto materiale rubato (una piaga di cui abbiamo parlato qui, ndr).”

L’effetto cannibale

Quindi, come si vede, la curiosità per l’iniziativa della Moroni è grande, ma altrettanto lo sono le perplessità.

Un’ultima che viene in mente è questa: l’impianto della Moroni troverà la sua più feroce concorrenza proprio nel FV con incentivi, che viene offerto in Borsa elettrica a costo zero, facendo abbassare il prezzo di tutto il pacchetto della fascia oraria in cui entra.

E purtroppo il FV “Moroni-Zilio” produrrà al massimo proprio quando è al massimo anche la concorrenza del “fratello incentivato”, con il rischio di spuntare sempre prezzi per il kWh molto bassi. Forse sarebbe il caso di pensare a un sistema di accumulo, per spostare la produzione in orari più remunerativi?

“Sarebbe bello se potessimo farlo – ci risponde Moroni – ma i costi degli impianti di accumulo sono ancora così alti che ci precluderebbero ogni possibilità di recupero dell’investimento. Le nostre simulazioni comunque mostrano che i prezzi che si ottengono durante l’anno, nonostante la concorrenza del fotovoltaico esistente, sono sufficienti a garantirci un rientro ragionevole.”

Discariche vive” per il futuro del FV

Comunque, per Moroni e Zilio, il progetto non va visto solo come un modo per rilanciare la produzione solare, ma anche per aprire anche la strada a un miglioramento della performance ambientale di questa fonte.

“Pensate a quando il FV sarà così diffuso o avanzato, che i vecchi impianti produrranno ogni anno montagne di moduli difettati o sottoperformanti. Se capiremo come riutilizzarli, eviteremo di doverli distruggere, usandoli invece in ‘discariche vive’: isole energetiche low-cost utili a fornire energia a comunità disagiate e a mantenere il patrimonio di generazione rinnovabile. Il ciclo di vita di questi parchi sarà assolutamente positivo nell’ottica della massimizzazione del recupero dell’energia investita nella costruzione del modulo. E l’Italia sarà innovatrice anche in questo” conclude Moroni.

Non resta che sperare che, sui tempi più lunghi, sia così, ma intanto ci basterebbe che il FV “usato sicuro” facesse ripartire la produzione solare nel nostro paese.